
C’era un’arena di voci feroci, un coro di dita puntate a ferire; cercavo il tuo sguardo, un cenno, una parola che si facesse argine. Invece, ho trovato solo un’assenza vestita di carne.
Quella fermezza che credevo scudo sotto ogni cielo, quell’amicizia che pareva radice, si è fatta nebbia proprio al tramonto dei nostri anni. Non è l’urlo del calunniatore a gelarmi il sangue, ma il passo felpato di chi resta a guardare mentre l’ingiustizia consuma il suo banchetto, consapevole e muto.
Ti osservo nel tempo, rintanato nella tua tana di vetro, al sicuro dal fango che ancora mi sporca la pelle. Volevo la forza delle tue gesta, non l’ombra della tua paura; cercavo un timoniere, ho trovato solo vento. E in questo silenzio che scava un abisso, capisco che la tua fragilità è la ferita che più mi costa medicare.
Mi resta addosso il peso di non saperti odiare, mentre ti guardo rimpicciolire tra le macerie di chi ha saputo ridurti a un “amico fragile”, proprio mentre la verità reclama la luce. Ti lascio alla tua pace fatta di sguardi bassi, a quel faccia a faccia con la tua coscienza all’imbrunire; perché non si può pretendere coraggio da chi ha barattato un’indelebile amicizia con l’eclissi di un’anima venduta.
Si può perdonare la miseria dell’uomo, ma non il vuoto della sua amicizia. (N.C.)
Image Credits: Pascal Campion Art
. . . buona vita a tutti!
Cecchi è responsabile di quello che scrive, non di quello che capisci!
