
I pomeriggi senza fine avevano il battito irregolare di un vecchio oratorio, custode silenzioso di un tempo in cui la felicità pesava quanto un pallone che rotolava. Bastava un gruppo di amici e una manciata di sogni per sfidare il tramonto, in una corsa perpetua contro le lancette che durava fino all’ultimo raggio di sole, quando non servivano smartphone né appuntamenti dettati dal mondo, ma solo l’istinto di esserci.
Si giocava lì, sui campetti di terra battuta mista a polvere e cemento, dove i confini del mondo erano segnati da due felpe buttate a terra a fare da porte. E c’era una legge non scritta, sacra e incancellabile: la partita non finiva finché non si segnava “l’ultimo gol che decideva tutto”, o finché la voce di una mamma non tagliava il buio per chiamarci a casa, quando ormai la sfera bianca svaniva nell’ombra della sera.
Quella terra battuta, l’asfalto ruvido, il crocevia di un quartiere o il cortile di condominio erano stati i teatri di un microcosmo perfetto. Ore intere passate a calciare contro un muro, imparando a stringersi la mano dopo una discussione, a cadere e a rialzarsi, con quel pallone che era il centro esatto dell’universo. Ogni graffio sulla pelle custodiva la memoria di una presenza, di uno scivolone disperato, di un tiro finito oltre i rovi o su un tetto, recuperato dopo mille peripezie e un sorriso complice.
Spesso quei palloni passavano di mano in mano, ereditati dai fratelli maggiori o firmati con l’inchiostro indelebile dagli amici di infanzia, prima che la vita disperdesse le strade di tutti. Un pallone logoro evoca oggi il profumo di un calcio nostalgico e poetico, fatto di fango, di maglie senza sponsor e di scarpette nere, custodito lontano dai riflettori del business di oggi.
Io c’ero. E in quel battito di polvere e libertà, ho lasciato un pezzo di cuore. (N.C.)
. . . buona vita a tutti!
Cecchi è responsabile di quello che scrive, non di quello che capisci!
